Quanto ti amo



Con la collaborazione di Marisa Cappelletti e Gabriele Cecchini
-Quanto ti amo, rimarrei intere giornate a fissare la perfezione del tuo volto, bacerei per minuti infinitesimali ogni tuo singolo lembo di pelle. Il tuo silenzio mi avvolge, so che mi vuoi, che mi ami. Le nostre anime sono avvolte per sempre, i nostri cuori battono all'unisono-.
Le accarezzò dolcemente il viso pallido liscio e perfetto, le sfiorò le labbra carnose dipinte di un rosa tenue e respirò profondamente il suo profumo dal candido incavo del petto. - Si è fatto tardi amore mio, il lavoro mi aspetta, conterò ogni minuto che mi allontana da te, tu farai lo stesso e i nostri pensieri si toccheranno anche se distanti. Tornerò presto con una sorpresa, so che ti senti sola e ho pensato di trovarti una compagna, un'amica che possa farti compagnia in questa grande casa-. Si alzò dalla posizione fetale che aveva assunto volgendo l'ultimo soffio di bacio alla sua donna. Era nato per questo, per amarla, e lei lo sapeva anche se si ostinava a non parlare, ma il suo sguardo languido gli bastava, per il momento. Si diresse in camera da letto attraversando il lungo corridoio in marmo bianco. La luce penetrava dalle grandi vetrate e si specchiava nelle lunghe e immacolate travi a vista. Si vestì con un abito grigio e una cravatta rossa, la riunione con gli architetti francesi sarebbe stata lunga e snervante. Un ghigno di piacere gli apparve sul bel volto abbronzato e uno stato di eccitazione gli pervase il corpo muscoloso. Infilò in una borsa di pelle una tuta da lavoro, un coltello da caccia e dei lacci emostatici,- dopo il dovere il piacere-. Uscì di corsa baciando sulla fronte cerulea la donna che se ne stava adagiata sul divano perfettamente vestita e truccata con ai polsi e alle gambe delle fascette di plastica ed il collo completamente dilaniato da una ferita orizzontale.
Entrò con passo elastico nel palazzo tutto vetri e acciaio dell'archistar del momento e si diresse verso gli ascensori. Una avvenente rossa, forse più che avvenente: strepitosa, incrociandolo gli lanciò uno smagliante sorriso, guardandolo con ammirazione. Pur notandola, la sua mente rimase occupata completamente da Viola, la perfetta creatura che l'avrebbe aspettato ed amato per sempre, con dedizione unica. Entrò nell'enorme reception bianca e si diresse all'immensa scrivania dove, dietro ad un Mac ultimo modello lo aspettava sbattendo le ciglia Giselle, la segetaria di Starck. Come ogni oggetto in quella stanza anche Giselle era un super ultimo modello. Un modello di bionda, di abbigliamento firmato, di efficienza. Ci pensò un attimo, ma uno soltanto. No, lei no, troppo algida, troppo perfetta, non sarebbe piaciuta a Viola. La riunione si protrasse per oltre tre ore. La sua pazienza era arrivata più volte al limite, ma lui era riuscito a controllarsi, come sempre. Finalmente, dopo i saluti d'obbligo potè uscire e sull'ascensore incontrò ancora la rossa. Senza nemmeno una parola gli si incollo addosso e lo baciò con quella bocca a ventosa. Dissimulando il disgusto lui corrispose il bacio e, scesi al primo piano la trascinò in un ufficio che sapeva vuoto. La abbracciò, le prese il viso ben truccato tra le mani, le accarezzò il collo e strinse, strinse fino a farle perdere i sensi. Poi la immobilizzò con i lacci che si era portato nella 24 ore, si svestì, infilò la tuta da lavoro, mise delle sopra- scarpe, stese dei fogli di plastica tutt'intorno e sotto la scrivania e, coltello da caccia in mano, sorriso crudele sotto la mascherina chirurgica, aspettò che la rossa rinvenisse, per poter leggere sul suo volto tutto l'orrore possibile.
Il cellulare suonava da qualche attimo e lui era impegnato con la rossa, che prima di perdere nuovamente i sensi per la paura gli aveva rivelato il suo nome: Barbara. Quale nome più bello? Ora il cellulare. Chi poteva essere? Non lo chiamava mai nessuno perché nessuno aveva il numero. Poi rifletté, con la rossa sanguinante che chiudeva gli occhi per un po' e l'altra, Viola, che ormai li aveva chiusi per sempre da cinque e più ore. Occhi chiusi, la sua passione. Adorava l'idea che potesse agire indisturbato, vivo e capace, mentre gli occhi del mondo non potevano insinuarsi nel suo, di mondo. Barbara, che bella, e che nome! Di nuovo il telefono. Rispose senza dire nulla. Nel momento esatto in cui sentì la voce che parlava all'altro capo, ricordò tutto. L'aveva dato quel maledetto numero, a Giselle, la segretaria, perché Starck aveva insistito minacciando che l'avrebbe licenziato se si fosse rifiutato di darglielo. Gli errori prima o poi li paghi, cazzo. Quella bionda svampita blaterava parole alla velocità della luce, diceva che la rossa che c'era prima in ufficio era sparita e che stava aspettando me per un lavoro e che se lo veniva a sapere Starck, blablabla. Smise di ascoltarla, lo faceva sempre di disconnettersi quando pianificava qualcosa. Già vedeva il seguito. Viola, perdonami, che ti piaccia o no, anche Giselle verrà qui presto. Le chiese a chi avesse parlato della rossa, a nessuno rispose quell'ebete. Bene, disse lui, bene!, dannazione. Incise Barbara dopo averla baciata sulla bocca e uscì. Giselle l'avrebbe aspettato nel parcheggio dietro l'edificio dove lavoravano, un posto sicuro. Prima di uscire guardò di nuovo il suo pubblico di occhi chiusi e disse: - Quanto vi amo, rimarrei interi giorni a fissare la perfezione dei vostri volti, bacerei per minuti infinitesimali ogni singolo lembo di pelle. Il silenzio mi avvolge, so che mi volete, che mi amate. Le nostre anime sono avvolte...
Il parcheggio, illuminato da luci al neon, consisteva in tre piani collegati da una discesa a spirale. Nessuna guardia all'ingresso, nessuna telecamera, solo un badge personale che permetteva agli impiegati l'accesso. Percorse il corridoio del primo piano sino a raggiungere gli ascensori. Era nervoso, arrabbiato per essere stato disturbato nel suo momento contemplativo, l'attimo più bello, quando le sue donne iniziavano a raffreddarsi e lui le abbracciava a fondo, quasi volesse donar loro un briciolo di vita. La vide, avvolta in una giacca troppo corta per coprirla, in mano una cartellina che riconobbe subito per via del logo dell'azienda. Giselle lo disgustava, nonostante fosse di una bellezza accecante, a partire da quel nome falsamente francese, la minigonna ridotta al minimo e il trucco pesante che metteva in risalto un viso troppo bello per essere vero. Lui odiava le bionde stereotipate, manichini messi in mostra da uomini potenti come il suo direttore. Se la portava a letto? Chissà, non era affar suo, e comunque da quella sera avrebbe dovuto trovarsi un altro scaldino da infilare sotto le coperte.
-Sei qui, grazie al cielo- la ragazza gli sporse la cartellina, ancor prima di avere il tempo di uscire. -Devo scappare, altrimenti Starck mi fulmina. Leggi con attenzione, mi raccomando. Ciao!-
Si voltò, pronta ad andarsene, senza nemmeno lasciargli il tempo di parlare. Aprì la porta dell'auto di scatto e la raggiunse, davanti all'ascensore. Il profumo lo stordì: lo stesso di Viola, come si permetteva... Lei lo sentì arrivare, ma non si girò, lasciò che lui si avvicinasse.
-Quanto ti amo- le sussurrò all'orecchio, sfiorandole i capelli, le mani pronte per afferrarle il collo. Lei si girò di scatto, trovandosi davanti un sorriso malefico. Qualcosa di pungente lo colpì al ventre. -Mai quanto me...- rispose, spingendo la lama più a fondo.
Giselle aveva sospettato che in quell'uomo albergasse un qualcosa di strano, un mostro precisamente, pronto ad azzannare le sue prede, ma lei era stata più veloce, più brava, più astuta. La gazzella che supera il ghepardo, strano, ma vero. L'uomo si sfilò la lama dal ventre, Giselle era già in fuga, gridava, ma l'ufficio ormai era chiuso. I tacchi alti non le facilitavano la fuga, e fu per questo che lo stiletto si impigliò nella fuga di una piastrella. Un tempo breve, ma necessario affinchè l'uomo le desse una botta alla testa. L'uomo la caricò in auto, la stessa dove giaceva ormai la rossa senza vita. Il corpo di Giselle flesso e morbido come una piuma fu trascinato rapidamente sul sedile posteriore. Sul capo un foro grosso quanto una moneta. Qualche goccia di sangue batteva sulla stoffa dei sedili. Sedili mai stati vergini, imbrattati ogni volta da un' emoglobina nuova. Arrancava l'uomo, anche la sua ferita gli succhiava a poco a poco la vita. Il piede sull'acceleratore batteva come un martello impazzito. La vista era sfocata, ogni albero pareva uno stop, ogni palo un pedone da investire. Risparmiò un po' di forze per arrivare a casa sua, si caricò Giselle sulle spalle e la gettò sul tappeto. Fasciò alla meglio la sua ferita, e senza perdere altro tempo strappò via la camicia della donna. I bottoni saltarono come pallottole impazzite. L'aveva sempre odiata, eppure stavolta, ad un passo dalla morte, quell'angelo biondo le sembrava interessante, ma soprattutto caldo. Adorava leccare la pelle, lo faceva spesso con sua moglie, ma con le sue vittime era diverso. Il tepore dei loro corpi si affievoliva man mano che la morte le tirava a sè, stavolta Giselle era solo svenuta, il suo corpo ancora caldo e morbido. Il seno macchiato di sangue era una portata d'onore per l'uomo. La lingua ne assaporò ogni goccia. Giselle aveva riaperto gli occhi, ma lui era voltato, distratto. Dov'era Viola?
Lasciò scivolare il corpo molle della donna e sia rialzò dalla posizione fetale in cui si trovava." Chi aveva spostato Viola"? "Dov'era il suo unico amore, la sua bambola perfetta e immobile"? Un rumore in cucina lo fece immobilizzare, un cigolio di scarpe nuove fece eco nella stanza. Cercò di recuperare il coltello da caccia che aveva fatto scivolare stupidamente sul tappeto, ma una scarpa nera e lucida gli bloccò con forza il polso. Alzò lo sguardo già sapeva il suo destino. Starck avvolto nel suo cappotto di chechemire blu, brandiva un coltello da caccia che puntò alla gola abbronzata del pazzo assassino. "John grazie a Dio, presto ammazza quel bastardo e aiutami" urlò disperata Giselle. Starck avvicinò le labbra carnose all'orecchio dell'uomo, lo baciò sulla piega del collo: "Quanto ti amo", "ti avevo concesso di divertirti quanto volevi con le tue barbie da collezione, potevi farne ciò che desideravi, ma hai commesso uno sbaglio"." Giselle è di mia proprietà lei no, è mia". "Ora per questo dovrai morire, la polizia ti troverà in una pozza di sangue e penserà ad una legittima difesa da parte di una delle tue vittime." "E' stato bello Marc, ma non sei un buon giocatore, hai mosso male le tue pedine e ora meriti la morte". Un taglio netto per la giugulare spense in gola le ultime parole. Starck si avvicinò a Giselle che era immobilizzata per la paura, le sfiorò i seni caldi, le accarezzò il viso perfetto. " Mi dispiace amore mio, è per una giusta causa, lo sai quanto ti amo". Brandì in aria il coltello, ma una lama lunga e profonda gli penetrò il petto. Giselle con le ultime forze era riuscita a recuperare l'arma persa dal suo aguzzino. Starck cadde a terra, Giselle prima di avviarsi al telefono a chiedere aiuto si piegò leggermente verso il corpo ormai esamine di Starck:"Quanto ti amo".

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I Complottivori


Tutto cominciò quando, una sera, uno di noi (vatti a ricordare chi, ho cominciato presto a farmi ingannare dalla memoria) accese il computer. Il telefono lo bombardava di vibrazioni e suonerie strane e dopo le prime occhiatacce al suddetto telefono, il nostro eroe cercò di ignorarlo, almeno finché, la sera accese il computer (mi sto ripetendo, signori? Non fatevi scrupoli a farmelo notare, davvero, tranquilli) e diede un'occhiata alle notizie del giorno. La prima - no, bisogna dire l'unica - cosa che balzò ai suoi occhi furono novantasette notifiche dai giochini del social network che frequentava. Pingu Brush lo martellava con nuovi aiuti da parte degli amici e la mortifera frase "X ti ha regalato una vita". I primi tempi c'era da sorridere, pensando a X che, innamorata di lui, gli faceva dono della sua stessa vita; esagerata, lui faceva già fatica a gestire la sua, figuriamoci. Poi, col tempo, la cosa era diventata sempre più inquietante. Il nostro eroe, infatti, aveva cominciato a convincersi che:
a) la mia vita è talmente breve che amici molto buoni mi stanno regalando deroghe e prolunghe a man bassa
b) ho raggiunto e superato le sette vite dei gatti e sto diventando come Highlander
Pingu Brush lo inquietava; ed ancora di più il sito 30Pines, su cui aveva preso l'abitudine di scrivere, in collaborazione con altri folli come lui; e che da giorni faticava a funzionare. Il protagonista - che chiamo 'nostro' perché mi auguro che chi mi legge gli manifesti una vaga forma di simpatia, povera bestia - cominciò a collegarsi agli altri conoscenti e compagni di scrittura per capirci qualcosa. Ad esempio, se il suo era un male comune e se la scrittura collaborativa era in serio pericolo come immaginava. Per primo chiamò il prode Maximus.
Non tardò a ricevere risposta, visto che Maximus praticamente ci viveva in 30Pines, rimanendo collegato ad esso con tutti gli apparecchi che possedeva. Adducendo le scuse più assurde e non pensando che sul suo profilo Headbook tutti poteevano vedere l'iscrizione a trentasette giochini diversi, negò di essere assuefatto alla mania dello scambio vite. Alex von Amadeus, colui che lo aveva contattato, lo mise di fronte alla nuda realtà, facendolo capitolare in un battito di ciglia. La situazione era grave, ogni contatto comune soffriva di frenesia da vite, tanto che Nadine Finetti aveva creato un gruppo sul tema, insieme a Regina di Saba. Le idee stavano scemando, il sito di scrittura collaborativa contava ormai su pochi fedelissimi che, stanchi di creare nuove storie, si buttavano sulla poesia ermetica del tipo: Io amo, ami tu, ci amiamo... Il massimo sforzo creativo era dato da un gruppo di tre scrittrici, un tempo fucina di idee, ma il cui estro iniziava a sgetolarsi: Lydia, Ornitorella e Mamma Risa. Maximus e Alex decisero di iscriversi al gruppo, pubblicando un bel post di chiarimento, dal titolo: Qui si ristruttura 30Pines o si muore! con sottotitolo: Pingu Brush non vincerà! In una lunga e accorata reprimenda osarono attaccare i vari social, ed in particolare Headbook, luogo che, secondo loro, aizzava la gente ad uno scambio di vite senza precedenti, popolato da persone che in cambio di poche ore di vita promettevano mari e monti. La cosa interessò parecchio i 30Piners, invitati a leggere, e ancor di più l'amministrazione di Headbook, che bloccò subito il gruppo di Nadine e Regina. Era la mossa che temevano, quella che in fondo speravano, il punto di inizio per cominciare la guerra. In poche ore fu buttato giù un Manifesto e trasmesso in modo carbonaro a tutti gli adepti, nessuno escluso.
-Siamo qui riuniti in videoconferenza per commentare ciò che sta accadendo- Alex von Amadeus battè il pugno con violenza sulla scrivania in formica, rischiando di far crollare il monitor. -Ehm, in nome e per conto del gruppo prendo la parola...-
-Com'è che si chiama... 'sta cosa?- chiese Nadine, rompendo l'attimo.
-Maximus, rispondi tu- Alex scomparve dal video repentinamente. Si udirono colpi come di batteria, rumore di apparecchi elettrici.
-Beh, a un nome ancora non avevamo pensato...-
-Ma come, si fonda una società segreta, si stila un manifesto di ben una facciata e mezza, formato A4, interlinea 3, carattere Times New Roman grassetto grandezza 18, e non si da un nome?- Giovanna si trattenne a stento. -Ma porca la pupazza! Troviamolo, ora e subito! ALEXXXX TORNA QUI IMMEDIATAMENTE E PRODUCI!!!-
-Eccomi! Stavo finendo di preparare la sfoglia per i tortellini... Dunque, un nome... mettiamo ai voti. Qualcuno per caso ha qualche idea?-
-A me piace un nome che sappia di spionaggio- disse Regina. -Che so: i carbonauti,... i sottowebbisti...-
-Ci sono: i complottivori!- Don Erricus, detto l'argonauta, si affacciò alla discussione, lasciando tutti sorpresi in modo positivo.
-Complottivori... mi piace. Andata!- esclamò Alex, girando lo sguardo. -Ci aggiorniamo, ora devo scappare che sta bruciando il ripieno dei tortellini!-
- Sì, ehm... scusate... - commentò Alex tornando dopo pochi minuti - Avevo un po' di problemi con la forma, ne ho messa poca, nel ripieno. Secondo me... -
- No, ma fai pure con comodo quello che ti senti, eh? - rispose Giovanna con slancio - Qui dobbiamo produrre, mica far le primedonne -
- E produciamo! - ribatté lui - Vanno bene trenta litri di latte al giorno? No, ascolta cicciola, con tutto l'affetto, un conto è fare della quantità, un altro conto è fare un piano preciso e... -
- Cicciola lo dici a tua cugina -
- Mia cugina non la sopporto -
- E basta! - intervenne il prode Maximus seguito da Pablita Roelica. Il grido uscì quasi all'unisono - In questo modo non andiamo da nessuna parte. Cosa proponete. Perché avete delle idee, sì? -
- Secondo me - cominciò Giovanna - un'idea potrebbe essere infiltrarsi nel software del gioco Pingu Brush per sabotarlo. Il manifesto volantino deve essere breve, conciso, diretto e deve essere distribuito poco prima dell'attacco informatico. Qualcosa come: "Cittadini..." -
- Ha parlato Robespierre - commentò Pablita sbuffando - Va beh, visto che altri non hanno manifestato altre idee, in attesa che Nadine si pronunci... Nadine, per favore, lascia stare quei dromedari... possiamo mettere ai voti questa proposta -
Il problema era capire chi si intendeva di informatica, per poter tentare un trucco di quel tipo. Perché scrivere poteva essere fattibile, sabotare la rete mondiale scambia-vite di Pingu Brush era qualcosa di appena un po' diverso.
- Non diamoci per vinti da subito e che diamine! Non siamo mica sbarbatelli!!! Sabotare la rete mondiale scambia-vite non è una cosa semplice ciccioloni miei, ma un tentativo io lo farei uguale... se non ricordo male, proprio Don Erricus, prima che gli venisse la mania di fare il chierichetto, era un ingegnere abbastanza quotato della società "Apricot" e ha pure brevettato gli occhiali tridimensionali per criceti, mica pizza e fichi! Io prima di mollare chiederei a lui una dritta... magari qualcosa ne esce, che ne dite Pablita, Alex e Maximus? 
I tre erano visibilmente titubanti - quello ultimamente non ci sta troppo con la testa - disse Maximus, un po' preoccupato - ma lo hai notato che si è fissato a guardare le pubblicità in televisione? guarda solo quelle.... dice che sono educative...soprattutto quelle degli assorbenti con le ali...dice che deve capire come può essere possibile che un assorbente possa volare...- 
- e poi c'è la storia della padella - aggiunse Alex
- che padella?- si incuriosì Giovanna
- Non riesce a darsi pace per una padella scomparsa, la teneva su di una mensola, e un bel giorno puffffff!!! si è volatilizzata, da quel che racconta. Afferma che è stato un complotto degli XFILES. Da allora, se sta a casa indossa una tuta in neoprene con inserti catarifrangenti, convintissimo di tenerli alla larga...no no, lascia perdere Don Erricus...dobbiamo pensare a qualcun altro....-?
- Ma qui non si tratta solo di sabotare Pingu Brush, non dimenticate che dobbiamo anche risolvere il problema delle storie scomparse da 30Pines, perchè il problema principale è quello lì. Se 30Pines funzionasse come si deve noi di PinguBrush ce ne faremmo baffi,barba e capelli - disse Nadine accarezzando un dromedario con una mano, schiacciando un cammello con l'altra e girando la mostarda con un cucchiaio di legno legato al piede sinistro mentre Max si guardava allo specchio pensando che magari un taglio di capelli ci poteva anche stare bene.
- In ogni caso io un'idea per trucchetto per fregare il programma di PinguBrush forse ce l'avrei, però Alex mi dovresti prestare qualcuno dei tuoi pressostati - Alex sentendo nominare le sue creaturine prese vita e subito gli brillarono gli occhi. Regina invece era ancora assai scocciata dal blocco del gruppo su Headbook e meditava vendetta tanto che ormai si era risoluta a chiamare Lindy LeColt che aveva sempre a portata di mano una vasta gamma di gingillini scacciacani tra cui un mitra di ultima generazione che avrebbe potuto risolvere un bel po' di questioni. - Allora ragazzi! - fece Giovanna impaziente più che mai - la smettiamo di fare parole inutili? Prima sabotiamo PinguBrush che distrae e poi cerchiamo le storie: ho già pronto il lanternino. E tu Nadine, smettila di schiacciare cammelli e dicci quale diavolo di idea hai, che qui altrimenti facciamo notte e non risolviamo un rebus che è uno!-In preda ai fumi della mostarda, Nadine espose il suo piano che consisteva nello scrivere due righe di programmino da inserire alla chetichella tra le righe di PinguBrush nel momento in cui il programma rimescolava le sue righe,così le righe sarebbero diventate troppe e con un'eccedenza di righe ci sarebbero stati solo cammelli a righe e sarebbe esplosa tutta la videata mandando Pingu Brush in loop.
Alex con un boccone di tortellino che gli rimase bloccato in trachea si incollò al computer , per cercare di inserire il programma pieno di virus nel server di Pingu Brush. Nadine nel frattempo disegnava insieme a Cleo cammelli scoppiati che sarebbero comparsi a chiunque avesse avuto una notifica di Pingu Brush. Cleo avrebbe voluto inserirci un po' di sangue, ma Maximus e Pablita la fermarono, le maniere forti sarebbero giunte in seguito. Tutti i computers, cellulari, tablet si impallarono improvvisamente, cammelli che scoppiavano come palloncini comparivano sui monitor di chiunque volesse accedere a Pingu Brush . Lindy le Colt giunse in aiuto degli amici, aveva portato con sé un revolver ed era pronta ad una guerriglia senza uguali. Ora che una parte della missione era completata bisognava ancora sabotare 30 Pines, sbloccare il gruppo di Headbook, cosa che faceva andare su tutte le furie Cleo che per sfogarsi continuava a scrivere horror a nastro, e ricercare le storie scomparse. Maximus dando un' occhiata al sito vide che la scrittura collaborativa stava peggiorando, le storie erano sempre più povere e qualcuno addirittura postava come immagini la facciona di Pingu. Pablita distribuì un fetta di torta ai presenti e spronò tutto il gruppo a muoversi, 30 Pines doveva tornare quello di un tempo. Nadine prese un facocero sotto il braccio pronta a gettarlo in testa a chiunque avesse tentato di fermarli. Alex si premunì di bacchette per batteria e di una porzione di agnolotti, Cleo si procurò la mostarda velenosa cucinata da Nadine, Lindy si armò fino ai denti, Giovanna si impossessò di un mattarello litigando con Maximus che voleva tenerlo per sé e Don Erricus si vestì di porpora, mentre Paola quasi indemoniata cantava filastrocche in aramaico.
La battaglia stava per iniziare! Il punto di raduno per l'attacco era la cantina di Maximus, centro di programmazione, nonchè postazione con dieci pc allacciati ad un server che Nadine avrebbe riprogrammato in pochi minuti, rendendolo capace di essere operativo e, cosa più importante, non rilevabile nemmeno dalla C.I.A. Alex giunse per primo spingendo una carrettata di cappelletti in brodo, Maximus ci mise da bere (acqua di rubinetto, da buon ligure), Regina piatti di ceramica Aynsley e posateria d'argento con intarsi in oro zecchino appartenuti all'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, Pablita torte dolci e salate, mentre Don Erricus benediceva i computer aspergendo acqua santa.
-Ognuno di noi ha il compito di scrivere un incipit, quindi si attacca col secondo nodo- spiegò loro Nadine. -Il sistema in automatico vi cambierà profilo, quindi impersonerete al giro altri 30Piners conosciuti. Chi riesce cerchi di mantenere lo stile dell'alias del momento. E' chiaro per tutti?- Tutti annuirono, anche se in verità non avevano capito una mazza, ma non volendo farsi vedere poco acuti si sorrisero a vicenda.
-Fermi tutti!- Giovanna saltò sul server, brandendo il mattarello. -Siamo sicuri che non stiamo infrangendo la legge? Sapete sono uno stimato avvocato...- ma non riuscì a terminare la frase che palettate di mostarda la raggiunsero. Il facocero fu sguinzagliato e intercettò Don Erricus che, brandendo un crocifisso, iniziò a formulare un esorcismo. Il caos ebbe il sopravvento, gli animi erano turbati, logorati da quella situazione incresciosa.
-RAGAZZI, IL SISTEMA è PARTITO!- urlò Alex, vedendo i monitor tutti accesi sulla pagina iniziale di 30Pines. -Non c'è più tempo da perdere in pinzellaccheri!-

Alias Giovanna_mas

E non è ancora arrivato il Capodanno!
Ebbene sì, ci siamo tutti concentrati sul Natale, ma vogliamo mettere la tragedia del Capodanno? Quale tragedia? Ma come quale tragedia, avete mai acceso la TV il 31? Fin dalle prime ore del mattino vi propinano il funerale dell'assessore al bilancio del comune di VRPS, l'ultimo calendario per sarti di tute da meccanico con la Linda Evangelista che al posto del culo a pizzo, ha una macchina da cucire semiautomatica, il matrimonio di Anna Karenina ... no quello era andato a finire male ... ma che ne so, io mica li vedo tutti! E quando ti sei quasi abbrutito nell'ossessione di non perdere nessuno, dico nessuno degli eventi salienti dell'anno che sta per terminare ... ecco che parte la mezzanotte e incominciano a farti vedere tutti i Capodanni di tutto il mondo a rotazione. Ecco quello di Pechino, poi Hanoi, poi Timbuktu, poi Barletta (scusate la licenza poetica) poi Cerenova Costantica e infine La Spezia, ma siccome non avevano le immagini dei fuochi del 2014 ti propinano quelli del 2012. Come faccio a saperlo? Perché in cielo compare la scritta no? ... Dopodiché mentre tu sei ancora scioccato e non riesci a riprenderti per tutti i capodanni che hai visto quando tu lo hai trascorso con zia Peppina <che poverina almeno a Capodanno non stia all'ospizio>, attaccano con i buoni propositi per l'anno nuovo. E le pubblicità delle raccolte di mazzi di carte del 1635, i bulloni dell'Atlantic, le mazze da baseball della Reg. Vittoria e quant'altro la loro fantasia malata gli faccia ideare. Non avrei finito ma i 20pines sì ...

Alias @Lindy
"Non dirlo a me, tutte le volte che sento parlare dell'ultimo dell'anno, mi viene in mente il buon Guglielmo e parto con: 'Un mitra! Il mio regno per un mitra!' "

Alias @ProdeMaximus_de_gancjo:
"Riccardo Numero Tre! Sicuramente meglio di Chanel Numero Cinque; che, belin, ha già un po' stufato"

Alias @nadinefinetti:
"Roba da scoppiar caramelle e cammelli tutta la sera, altro che botti"

Alias @giacomo_leo.30Pines_Classic
"...e il naufragar m'è dolce in questo mare..."

Alias @Regina_cleopatra
"Giacomo, mettila così ma alla fine è una gran menata, scusa se tu l'hai detto meglio?"

Alias @alex_von_amadeus
"Comunque questa cosa dell'ultimo dell'anno non la sopporto. Come mia cugina"
*
- Maximus, dici che dobbiamo ancora continuare per molto? Mi sto incasinando - chiese Alex che aveva già il livello d'ansia oltre il limite e cominciava a suonare la batteria sulla tastiera del computer.
- Piantala di far casino. Hai un'idea migliore? - chiese Nadine.
Gli altri la guardarono perplessi.
"Guardate!" disse Regina indicando lo schermo del computer. La sezione "Notizie" di 30Pines era impazzita, la facciona di Pingu si alternava a immagini di cammelli che esplodevano, a righe multicolori che si susseguivano ininterrottamente, per poi lasciare di nuovo il posto, alla facciona di Pingu e ai cammelli. "Oh cavolo!Abbiamo sabotato 30Pines, oltre che Pingu Brush!" disse Nadine "Oh porca vacca!" esclamarono tutti , iniziando a incolparsi a vicenda dell'infausto esito della missione e, contemporaneamente, iniziando a lanciarsi palettate di mostarda. "Basta così!" disse imperiosamente Pablita "Controlla le altre sezioni!" ordinò a Regina e, in effetti, tutte risultarono "infettate" dal virus. Dopo la battaglia, mentre la mostarda colava dai vestiti e dai volti degli intrepidi 30Piners, lo sconforto stava prendendo il sopravvento. Nadine accarezzava tristemente i dromedari, Alex le sue amate bacchette, Giovanna il mattarello che era riuscita a sottrarre a Maximus, Regina i suoi preziosissimi piatti, e Lindy le sue adorate armi. Don Erricus continuava ad aspergere i presenti con l'acqua santa, sperando di recare loro qualche beneficio, mentre il facocero esorcizzato sonnecchiava tranquillo.
Improvvisamente, la videata si bloccò sulle righe multicolori per un tempo che sembrò interminabile. Poi, finalmente, la scritta "I COMPLOTTIVORI" apparve sul monitor, con tutto il manifesto di ben una facciata e mezza, formato A4, interlinea 3, carattere Times New Roman grassetto grandezza 18. "Evviva! Ce l'abbiamo fatta!" esclamarono tutti, dandosi grandi pacche sulle spalle, neanche avessero spedito una missione orbitante nello spazio. Ma non fecero in tempo a gioire, che la porta della cantina di Maximus venne divelta. "Fermi tutti!" urlò il capitano di un commando armato al servizio di Headbook. I complottivori erano stati scoperti!
La situazione, che era stata quasi insostenibile sino a quel momento, divenne un incubo. Gli scagnozzi di Pingu Brush erano entrati con la forza rintracciando i segnali dei computer. Erricus e Alex si resero conto, con orrore, che nulla sfugge a Headbook e ai suoi empi figli quali i videogiochini in condivisa e gli stramaledettissimi selfie con hashtag! 
I tecnopoliziotti puntavano le loro armi tenendoli a bada e facendo spazio al "pezzo grosso" un ometto grassoccio e rubizzo dai vestiti sgargianti che entrò placidamente e cominciò a parlare con voce suadente: "Miei cari, basta! Avete complottato abbastanza, avete sovvertito abbastanza! Non volete rientrare nei ranghi? quanto sarà più bello, per voi, il mondo tutto rosa confetto di caramelle cadenti, di fotografie sorridenti e di jingles ipnotici? Basta, miei cari, basta usare la propria fantasia e la creatività, fatevi cullare dall'oppio dei popoli, da Santa Rete e dai suoi adepti." 
I complottivori si guardarono l'un l'altra per un lungo istante, il silenzio quasi di miele, si sorrisero e annuirono. Tre secondi: venne aperto il fuoco. Mostarda ovunque, su poliziotti e pistole, al facocero fu dato uno schiaffo sulle natiche e si avventò stendendo una decina di incursori. "Crepa, pidocchio Obeso!" gridò Lindy sventrando il "pezzo grosso"; Maximus intanto mandava in diretta mondiale il massacro ripreso da Regina! Gio, Pablita e Nadine si tramutarono nelle furie che solo loro sapevano essere. Poi calò il silenzio. 
La battaglia era vinta, le coscienze svegliate. Uscirono dalla cantina guardando il sole: l'alba di una nuova era!

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Il magico Natale di Sam Lowe


Con la partecipazione di Ornella Stocco e Giovanna Mastropasqua
Un piccolo appartamento di periferia, un lavoro come scaffalista in un grande magazzino e la passione per il cinema, tutto questo racchiudeva la vita di Sam Lowe, ventinove anni, scapolo e con l'aria sempre sognante.
Il tipico ragazzo newyorkese dei nostri tempi, senza nessun grillo per la testa, una vita scandita dai ritmi che aveva imparato a conoscere ed accettare. Nessuna fidanzata, su questo era categorico! Dopo la brutta esperienza avuta cinque anni prima con Lora, non aveva intenzione, almeno per il momento, di buttarsi di nuovo nei guai dell'amore. Tutto il suo affetto lo riversava su Purry, una femmina di Sacro di Birmania, trovata per caso qualche mese prima sul pianerottolo dell'appartamento. Una visita inaspettata, un amore sbocciato all'improvviso. Non si era chiesto, e neppure gli era passato per la mente, di cercare il vero proprietario della bestiola, che appariva curata e ben nutrita. L'aveva fatta entrare, aveva preso possesso della poltrona, e lui si era trovato da un momento all'altro a dover usare il divano e spostare la televisione, per adattarsi alle esigenze della nuova inquilina. ​Purry era affettuosa, amava acciambellarsi tra le sue ginocchia quando sedeva a tavola a mangiare, ma il resto del giorno lo passava tra la poltrona e il davanzale della finestra che si affacciava in una via trafficata. Pareva sentisse la frenesia del mondo esterno, specialmente in quel periodo di feste natalizie. Sam si era messo all'opera, sotto il suo sguardo curioso, tirando fuori dalla dispensa, che fungeva anche da cantina, albero e palline.​
-Questo non si tocca- l'aveva rimproverata, ma lei aveva inarcato la schiena come per dire che dei suoi ultimatum non le fregava niente. Se Sam si dava così da fare significava che quell'albero aveva un significato particolare, quindi scese dal davanzale e si sedette curiosa ad osservare. Addobbi e strisce colorate andarono ad arricchire quello strano oggetto, che all'improvviso si animò pure di luci tremolanti. La gatta le fissò rapita, ma dopo un attimo qualcosa di più interessante le fece drizzare le orecchie e muovere il naso. Quell'albero profumava meravigliosamente, e non erano certo le palline, ma qualcosa che aveva intenzione di scoprire. Aspettò che Sam lasciasse la stanza, quindi si spostò sotto l'albero, alzando la testa. “Cioccolato!” esclamò una voce nella sua testa. Non ci volle molto per raggiungere le monete avvolte nella carta stagnola. Il saporaccio metallico lasciò presto il posto al delizioso ed inconfondibile gusto prelibato del dolce, cosa che fece rizzare il pelo sulla coda e la fece sentire in pace con il mondo, Di sicuro Sam si sarebbe arrabbiato, ma a questo avrebbe pensato al momento. Quello che più le dava da pensare era il modo di raggiungere le monete appese più in alto senza rischiare di essere travolta dall'albero, che visto così non dava grandi sicurezze.​ Ritornò sul davanzale ad osservarlo, appena in tempo. Sam era entrato nella camera e si era subito accorto della carta stagnola mangiucchiata e subito il suo sguardo andò a cercare Purry.
-Ma brutta gattina dispettosa!- la rimproverò, con una vena di allegria nella voce. -Lo sai che non voglio che fai i dispetti. Ti è piaciuto il cioccolato, eh?-
Ma l'attenzione della gattina era tutta rivolta oltre il vetro della finestra; nel palazzo di fronte una ragazza stava addobbando un albero. Purry si leccò i baffi, miagolando.
"Ecco, quando ti rimprovero tu mi snobbi..."
Sam amava troppo quella dolce gattina e i suoi rimproveri erano più che altro dimostrazioni di affetto. E di questo Purry ne era assolutamente consapevole.
"Bè che cosa c'è di tanto importante da guardare eh?"
Sam, incuriosito si avvicinò alla grande finestra. Appena gli fu vicino Purry iniziò a miagolare con quel modo che Sam conosceva molto bene, lei faceva così, quella specie di danza del ventre quando voleva qualche cosa da lui. Cercando di capire quale fosse il motivo di tanto interesse da parte di Purry, Sam con il naso schiacciato al finestrino e seguendo le preziose "indicazioni" di Purry scorse una ragazza intenta ad addobbare il suo albero di Natale.
"Ahh, ecco cosa era che ti attirava tanto...guarda che le monete di cioccolato non sono cosa da tutti...però si potrebbe sempre verificare, quella ragazza mi sembra una gran bella ragazza..."
Purry e Sam visti dall'esterno sembravano due francobolli ed erano così buffi!
"Senti mia dolce Purry, sai che ti dico adesso vado a suonare alla porta di quella splendida fanciulla, magari ha bisogno di qualche cosa...NO! Tu non vieni, queste sono cose da maschi..."
Purry smise di strofinarsi addosso al suo adorato Sam e, offesa si diresse verso il suo angolo senza degnarlo neanche di uno sguardo e di un miagolio di saluto...
Vai pure tanto quella non ti aprirà neanche la porta e poi non è tutta questa bellezza, da qui non si vede molto e tu sei pure un po' cecato...vai, vai pure. Ingrato...
Ma appena giunto alla porta, Sam rimase con le mani ferme sulla maniglia. Ma che diavolo stava facendo? Dava retta alle indicazioni di un gatto? Eppure Purry l'aveva spinto verso la finestra, indicandogli la ragazza. Qualcosa in lei aveva acceso dei ricordi, gli era sembrato di doverla raggiungere a tutti i costi. In quattro anni che abitava li, in quella casa a Midtown, si era accorto a malapena di lei. Sapeva che abitava sola, possedeva un piccolo Boston Terrier, al mattino partiva con lo scooter per il lavoro e rientrava tardi la sera, sempre sola. Una ragazza come tante, che non aveva mai attirato la sua attenzione. Tornò in casa, scrollando la testa.
-Ma che cavolo mi stavi facendo fare?- disse rivolto a Purry. -Lo sai che ho detto basta alle ragazze; in questo momento l'unica femmina che sopporto sei tu- il telefono trillò. -E mamma...-
Guardò con sofferenza il display, che gli rimandò l'immagine sorridente di sua madre Susie. Era la terza volta quel giorno, cominciava ad averne abbastanza.
-Si, ciao mamma, sto bene, ho cambiato la sabbietta al gatto, fatto il bucato, stirato e ho pure trovato il tempo di fare l'albero...-
-Sam, non essere maleducato con la tua mamma e vedi di aprire la porta- Il ragazzo guardò il cellulare, poi Purry che si stava leccando il pelo, quindi si precipitò alla finestra. Era lì, non era possibile! Lei, carica di pacchi e con tutta l'aria di voler passare un po' di tempo con lui.
-Ma, che ci fa qui?- esclamò, fermo sulla soglia.
-Comunque... buongiorno amore mio, e tu dovresti rispondere: buongiorno mamma, come sono felice di vederti!-
Sam rimase con la bocca aperta. Giorni difficili si materializzavano all'orizzonte.
Sua mamma era rimasta vedova giovane, non si era più voluta risposare e aveva convissuto per qualche anno con Jack, un signore educato e tranquillo, a cui Sam aveva imparato a voler bene. Ma vivere con lei avrebbe messo a dura prova anche la calma di un santo, perciò il poveretto, una bella mattina, l'aveva lasciata al supermercato con le borse della spesa a terra nel parcheggio ed era fuggito, senza fare più ritorno. Il vederla lì lo fece tremare, perchè lei difficilmente si spostava da Philadelphia, e riteneva New York un luogo impossibile in cui vivere. Era venuta in auto, il bagagliaio pieno di pacchi e in una gabbietta teneva il piccolo Lolly, un chihuahua di nove anni da cui non si separava mai. Pensò a Purry e a come avrebbe reagito, poi raggiunse la madre e la liberò dalla valigia.
-Scommetto che hai intenzione di fermarti...- disse sarcastico. -Fino a quando?-
-Guarda che non sono come il pesce!- lo riprese. -Starò qui per le vacanze di Natale, e fino a quando non avrò messo un po' di ordine nella tua vita.-
-Missione impossibile- si trovò a rispondere Sam. Per lei mettere ordine significava una cosa sola: trovarle una ragazza. Lora poteva essere quella giusta, ma a lei non era mai piaciuta, lo aveva messo in guardia, sino a quando si era trovato a scontrarsi e l'aveva persa. All'inizio aveva odiato sua madre, le sue continue interferenze, ma lentamente aveva realizzato che gli aveva fatto un favore grande. Dopo alcune settimane il ricordo di Lora era svanito e in lui era cresciuta la convinzione che vivere da single era la soluzione migliore.
-E quello cos'è?- la donna puntò il dito verso la finestra.
-Una gatta, mamma... e si chiama Purry...-
Purry pareva possedere un sesto senso tipico degli animali molto intelligenti, aveva storto la testolina pelosa e alla vista della Signora Lowe si era elegantemente allontanata nascondendosi dietro il tendone della finestra. Pareva che in casa fosse giunto un uragano, migliaia di borse avevano invaso l'ingresso e la premurosa mammina era corsa in cucina a scaldare la zuppa, infornare l'arrosto e cuocere le patate che aveva preparato con tanto amore nel suo appartamento di Philadelphia. Sam alzò gli occhi al cielo, la sua vita da single era perfetta così com'era e l'avvento di sua mamma avrebbe scombussolato la sua vita solitaria. Aprì la porta per prelevare le ultime valigie, quando Purry con un balzo felino, scavalcando tutti gli ingombranti bagagli, scese giù per le scale. Non era da lei, era una gatta tranquilla e coccolona, cosa gli era preso? Con indosso le ciabatte con impresso il faccione di Babbo Natale Sam la rincorse. Il portoncino d'entrata era spalancato, il gatto lo sorpassò velocemente, attraversò la strada fino a giungere alla palazzina di fronte. Una donna che stava uscendo dall'ingresso diede a Purry la possibilità di salire fino ad un portoncino lucido con appeso una coroncina di pigne e palline colorate. La targhetta indicava: Dott.ssa Kim Johanson. Con il cuore in gola Sam fissò l'uscio, era quello della sua vicina, in poco meno di un'ora vi si era trovato davanti e come uno stoccafisso se ne stava lì inerme. Purry iniziò a miagolare come una gatta in amore, Sam la prese cercando inutilmente di zittirla. Un rumore di chiavi provenne dall'interno dell'appartamento. La porta si aprì e una bellissima ragazza dagli occhi color del cielo lo fissò con lo sguardo stupito.
Ecco, quello era il problema: una fanciulla assai bella apre la porta e tu? Cosa le dici? Sam sul momento se lo stava chiedendo con un rumore di ingranaggi che gli frullavano nella testa a tutta velocità. Cosa le dici, si chiedeva, se lei non è esattamente la tua vicina di casa e la porta è la sua?
- Dicono che ci siano giacimenti petroliferi, qui, signorina, le risulta? –
No, scartò l'Ipotesi Uno al volo ed ancora più velocemente l'ipotesi due "Anche lei ha visto un lampo? Dice che pioverà?". No, no. Quindi decise di fare il disinvolto meglio che poteva e belò un sorriso rivolto alla ragazza.
- Mi scusi, signorina, è Purry che mi è sfuggita - e di colpo si chinò a raccogliere la gatta e prenderla in braccio - Da quando stiamo insieme si mette a fare la piccola esploratrice, ogni tanto e... Purry, sei terribile –
Lei sorrise ed in quel momento Sam non capì più se sorridesse alla gatta o a lui, oppure a lui fatto gatto, o...
- E' normale per una gattina così giovane - rispose - è molto bella ed in salute, direi. Lei deve essere un ottimo amico degli animali... si chiama? -
- Purry? –
La ragazza rise convinta: - Anche lei si chiama come la gatta? -
- No, volevo dire... Sam, mi chiamo Sam Lowe. Abito nel palazzo a fronte. Piacere, miss...? –
- Kimberly Johanson, Kim; e... sì, sono un medico. Veterinaria –
Perso nel sorriso di Kim, Sam fu svegliato brutalmente dal suono del telefonino. Sullo schermo apparve la scritta "Chiamata da Madre"
- Ma dove diamine sei finito, Sam? Torna a casa immediatamente! Qui è tutto un casino incasinato!-
- Maaaammaaaa, sarò lì tra un po', non ti sei accorta che Purry ti è sgusciata dalla porta? Sono sceso a riprendere la mia bambina, ormai non posso più vivere senza la mia Purry adorata!-
- La tua bambina?? Ma come parli? Hai bevuto latte scaduto stamattina? Ti voglio qui tra sette minuti netti! Vedi di recuperare quella palla infeltrita e torna all'ovile, chiaroooo?? Passo e chiudo! –
In realtà non era ancora proprio così, era sì parecchio affezionato a quella gattina, però gli sembrava una di quelle esclamazioni che potevano colpire una bella veterinaria con gli occhi del colore del cielo e un magnifico sorriso. E così fu.
- Che bellissima cosa ha detto signor Sam, le si sono illuminati gli occhi, sono molto molto colpita...vuole accomodarsi per una tazza di caffè?-
- Oh si, certo... con molto piacere, lei è molto gentile... –
Al settimo minuto, completamente perso negli occhi e nella suadente voce di Kimberly, fu nuovamente destato dal trillo del telefono, il display diceva ancora: "chiamata da Madre"​
- 'sta grandissima rompic...! Ehm....ecco...è la mia mammina santa che mi chiama...-
-Ci vorranno solo pochi minuti- disse Kimberly, spalancando la porta su un ingresso dalle tonalità calde. Sam scorse nell'angolo, davanti alla finestra, l'albero addobbato.
-Bel lavoro- commentò, sentendosi in imbarazzo.
-Belle ciabatte!- esclamò la ragazza, rompendo la rigidità del momento. Sam abbassò gli occhi e si ritrovò a fissare due sorridenti Babbo Natale a forma di ciabatta. Proruppe in una risata talmente fragorosa, che fece saltare dalle braccia Purry. Kimberly sorrise, lui la trovò bellissima e insieme presero posto al tavolo. Un cestino posto al centro era carico di dolcetti e torroncini.
-Ti va di assaggiarne uno? Vengono dall'Italia. Me li manda sempre mia cugina.-
-Ma sei di origini italiane?- Sam non ci poteva credere. -Mia nonna paterna è di Genova.-
-Invece mia madre è di Firenze, e là posseggo zii e cugini. Sai quante volte avrei voluto andare a trovarli, ma a parte il costo del volo, non riesco mai a trovare il tempo di prendermi una vacanza.-
-Potremmo organizzarla insieme!- gli uscì di botto. -Cioè, scusa... piacerebbe anche a me... sicuramente vorrai andarci con il tuo ragazzo. Insomma, lascia perdere, ho detto...-
-... una cosa bellissima. Non ho ragazzo e ho paura di viaggiare da sola. Poi tu abiti qui di fronte da un bel pezzo e ho notato che neppure tu...- lasciò la frase a metà, iniziando a torcersi le dita.
-Solo come un naufrago in mezzo al mare- continuò, sentendosi idiota per la battuta. Purry saltò sul tavolo e iniziò ad annusare il profumo delizioso sprigionato dai dolcetti.
-Penso che hai trovato un'estimatrice- rise Sam. -Anche se la porcella si è appena fatta una scorpacciata di monete di cioccolata- il telefono tornò a trillare.
- Mater Suspiriorum, eccoti - rispose Sam sentendosi improvvisamente più allegro - Dimmi –
- Sì, sì, fai pure lo spiritoso. Ho visto dove sei, ti vedo da qui –
- E che cosa deliberi, mia cara genitrice? –
- Mh. Sì... - commentò la madre con voce triste e sconfortata - Non nego che vista da qui sia una ragazza dall'aspetto gradevole... –
- Però? –
- Però... lo sai, ti ho detto chi è la persona giusta per te, Sammy. Fidati di tua madre –
- Oh, no, ancora la Santona? –
- Si chiama Santina Speziali Strozzati, è una brava ragazza italiana pia e timorata, sa fare da mangiare e fa anche le lasagne e... –
- Ed è chiamata Santona perché supera abbondantemente i centocinquanta chili.​ Ascoltami, madre, ascoltami bene: un giorno a Santina suonerò la sveglia e finalmente vi manderà a stendere, tu, i suoi genitori, il timore reverenziale e tutto quanto il resto. Troverà un istruttore di pilates o di quel cacchio che le pare e si metterà insieme a lui; e io le auguro proprio che capiti presto, che diventi una donna libera. Non so quando potrò tornare. Ti voglio bene e lo sai, ma questa sera mi allontano, come i gatti un po' selvatici. Passo e chiudo, ciao bella –
Spegnendo il telefono, Sam fece un lungo e profondo sospiro di sollievo. Kim lo guardò e non riuscì a reprimere un sorrisino. Lui la guardò sorpreso, con un sorriso storto a metà tra l'allegro e lo sconvolto ed la risatina di lei divenne una risata vera.
- Non so cosa sia successo, ma sei stato un grande - commentò Kim.
-Ma non è successo niente di nuovo- spiegò Sam, osservando Purry colpire con la zampetta un torroncino che Kim le stava offrendo per gioco. -Mia madre, la donna alla quale debbo queste orecchie a sventola, colei che si farebbe monaca pur di vedermi sistemato con una donna, ha posato le sue mire su un pachiderma. Tutto perchè secondo lei chi ha origini italiane sarebbe la moglie perfetta. Non importa se mi piaccia o no: deve essere una buona cuoca e avere un nome italiano.-
-Allora io potrei andarle bene- commentò la ragazza, con un sorrisetto.
-Ah, senz'altro... Kimberly Johanson... tipico fiorentino.-
-Veramente il mio nome per intero è Stefania Eleonora Kimberly Johanson. Inoltre sono una cuoca bravissima e lo puoi vedere dagli attestati appesi alla parete dietro di te.-
Sam spalancò gli occhi e voltò la testa, riempiendosi lo sguardo di attestati di benemerito.
-Ora, se vuoi il mio aiuto, ti conviene presentarmi a tua madre come amica. Ci penserò io a convincerla della mia... italianità e dell'estro culinario che mi contraddistingue. Sempre che tu...-
-Scherzi? Certo che lo voglio. Mi salveresti la vita e lei non penserebbe più a Sammy. Ma, perchè fai questo per me? Ci siamo conosciuti solo pochi minuti fa.-
-In verità sono tre anni che spero che tu ti accorga che esisto...- Kim abbassò lo sguardo.
Sam si sentì avvampare, qualcosa nel suo viso aveva preso fuoco, finendo alle orecchie che ora parevano due tizzoni. Purry, con uno scatto, riuscì a strappare il torroncino a Kim. Ma la ragazza non se ne accorse, la sua attenzione era tutta rivolta al sorriso che era sbocciato sulle labbra di Sam.
"Tre anni????" chiese Sam, incredulo "Beh, giorno più giorno meno!" rispose la ragazza, un po' pentita della propria eccessiva sincerità. "Allora non ti dispiacerà se mi avvicino per...baciarti" disse ancora Sam, mentre le sue orecchie avvampavano ulteriormente. Kim lo guardò, senza sollevare obiezioni mentre dentro sè pensava "E muoviti, cretino! Che altro devo fare per incoraggiarti?" Così Sam, ricordando ill detto "chi tace acconsente" si fece coraggio e si avvicinò per baciarla. Ma, proprio quando le loro labbra stavano per toccarsi, squillò il campanello della porta. Sam ricacciò indietro tutte le maledizioni e le parolacce che attraversarono in un lampo la sua mente e si limitò ad un innocente "Aspettavi qualcuno?" "No" rispose lei e aggiunse "Chi può essere?" andando ad aprire la porta "Ciao cara!" udì Sam e quella voce gli gelò il sangue. Poco dopo Kim comparve in cucina, sorridendo "Tua mamma mi ha invitato a cena!" esclamò, mentre Susie si affacciava dietro di lei. Sam le lanciò un'occhiataccia, poi abbracciò Kim e la baciò. "Ricevuto?" disse "Forte e chiaro!" rispose Susie. Tutti risero

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Peccato mortale


Junez era un tipo dallo stomaco debole, un difetto imperdonabile per uno come lui messo al comando della squadra omicidi del dipartimento di Los Angeles. Rovistò in tasca, afferrò la boccettina di antiemetici e ne ingollò un paio, quindi entrò nella stanza.
-Fossi in te cercherei di non esagerare con il metoclopramide?, sai che a lungo andare può provocare l'ansia- il medico legale Bob Ross gli si parò davanti. -Sicuro di voler vedere la scena?-
-E' il mio lavoro, Bob. In ogni caso lo devo fare, con o senza medicinali. Che abbiamo?-
-Due uomini, sui trent'anni, uccisi durante un rapporto sessuale. Due colpi alla testa sparati da vicino, le bruciature lo confermano. Solito modus operandi, collaudato dal serial killer nel corso dell'ultimo anno.-
-E... questa volta?- il capitano Junez si fece coraggio e passò oltre il medico. La scena era raccapricciante. I due erano ancora accoppiati, i corpi muscolosi rilassati sul letto come se fossero ancora in vita. L'agente Guss stava eseguendo rilievi, mentre Keron scattava foto da varie angolazioni. Un fiotto di acido salì dal suo stomaco, quando si accorse che alle vittime erano stati asportati gli occhi.
-Ragazzi, copriamo i due...- disse Ross agli agenti. Luke Juanez si irrigidì; nonostante i suoi uomini sapessero della sua avversione verso i morti, sentirsi umiliato davanti a loro lo rendeva furioso.
-Lasciate le cose come stanno!- impose, cercando di mettere un tono autoritario nella voce. Si sforzò ad avvicinarsi e osservò la stanza. Tutto in ordine, come al solito, anche quella volta non avrebbero trovato tracce del killer, ne era sicuro.
Ancora due inutili checche sterminate, piccoli ed insignificanti esseri polverizzati, evaporati come acqua santa a novanta gradi. Si genuflesse davanti alla statua in marmo bianco che troneggiava nel minuscolo giardino di ghiaia. Preghiere veloci scorsero sulle labbra screpolate, mentre lunghe dita nervose maneggiavano il piccolo rosario, ricordo d'infanzia e amuleto che teneva sempre con sé. Scavò una buca con le unghie nella terra umida sottostante la statuetta e vi adagiò con attenzione maniacale i due bossoli di pistola. Aprì il lucchetto del portone arrugginito e si avviò nello stretto cunicolo che conduceva al suo covo. Fotografie di uomini nudi in pose inequivocabili erano appese alle pareti scrostate dell'umida stanza. Al posto degli occhi c'erano dei grandi buchi neri e tagli orizzontali squarciavano i corpi tonici e muscolosi.- Maledetti pervertiti- sentenziò. Si avvicinò alla fotografia nella quale era rappresentati Jack e Dan, le ultime due vittime, con una ferocia impressionante tracciò con le unghie nere di terra dei lunghi tagli. La sua missione era appena iniziata, mai più avrebbe dovuto avere davanti agli occhi immagini di uomini corpulenti che contro ogni natura si accarezzavano mostrandosi affetto. Provava un conato di vomito solo a pensarci, era peccato, il più grande e terribile. Ci erano voluti anni per elaborare il suo piano. Leggeva riviste gay, frequentava locali di genere, puntava una coppia, la pedinava, si infiltrava nelle loro vite, un sorriso, una stretta di mano e una pallottola conficcata in quel cervello malato. Quartieri differenti, nessun rapporto tra un omicidio e l'altro. Ora era stanco doveva riposare, avrebbe sognato altro corpi muscolosi da martoriare.
Era sempre stato un tipo strano. I suoi genitori l'avevano abbandonato in un collegio cristiano. Per tutta la vita le sue giornate oscillavano dallo studio alla preghiera. Al collegio non erano permesse visite, e anche se lo fossero state, Sam non avrebbe avuto nessuno da incontrare. Il silenzio della sua stanza era quasi terrificante. Le suore che l'allevarono non lo trovavano un bambino bello, nè intelligente. Non notavano in lui nessuna qualità, tanto che quando c'erano coppie di sposi pronte ad adottarne qualcuno, Sam non veniva mai presentato. Era un bambino strano, silenzioso, di una precisione quasi ossessiva. L'unico regalo che aveva mai ricevuto in tutta la sua infanzia era quel rosario di legno. Pregava e studiava, studiava e pregava. Dio era il punitore di tutti i peccati, il salvifico schiaffo di chi non sa vivere. Per lui, in pochi sapevano come vivere: non sapevano farlo i divorziati, i single, i vecchi, i malati. Non sapevano farlo gli agnostici, nè i buddisti nè nessuno di un'altra religione. Tanto meno non sapevano vivere i gay. Quando raggiunse la maggiore età il collegio fu ben lieto di liberarsi di lui. Sam raccolse i pochi oggetti di sua proprietà, e iniziò a vagabondare per la città, fino a quando non riuscì a trovare un lavoro da macellaio, pochi spicci per pagarsi l'affitto di una miserabile casa. Da lì iniziò la sua crociata verso quelli che a detta sua non sapevano vivere. Era insospettabile Sam. Un uomo mediocre, pallido, occhialuto. Balbettava quasi a parlare in pubblico, la testa stempiata, le orecchie piccole. Un topo di fogna, lo stesso che strisciando nelle fognature si portava il marciume su per la botola. Affondava i suoi denti gialli, ne estirpava il peccato. Era una cosa giusta, pensava. Se Dio non muove un dito contro quelle bestie, lui sarà pronto a muovere due mani. Aspettava Sam sulla sua poltrona ammuffita. Pensava, sceglieva dalla sua rubrica grigia i prossimi due. Maiali. Rifiuti.
-Queste sono le foto degli ultimi due doppi omicidi- Guss gettò davanti a Junez quattro scatti raccapriccianti, facendo emergere dal profondo un senso di nausea. -Si può notare che nell'assassinio delle due ragazze il killer ha sparato da distante, mirando al cuore. L'interno dell'auto è stato esaminato al microscopio, ma tutti i campioni organici hanno riportato a conoscenti delle vittime, e tutti con un alibi di ferro.-
-Mi sembra un caso da fantascienza- il capitano sbattè il pugno sul tavolo, andando a coprire parzialmente le immagini. -Eppure deve essere entrato per forza in auto per... prelevare gli occhi.-
-Può averlo fatto da fuori...-
-Con i finestrini chiusi? Guss.....-
-Forse le sfugge il particolare che gli spari sono partiti da una distanza che è stata valutata di circa cinque metri. Il killer ha chiuso successivamente i finestrini.-
A Junez non piaceva essere ripreso, ma questa volta non potè che tacere e annuire.
-Abbiamo una novità per quanto riguarda l'ultimo caso. Jack Martin, uno dei due, il padrone di casa, ha sporto denuncia di smarrimento del borsello dove teneva documenti e chiavi dell'appartamento una settimana prima del delitto, per poi informare le autorità del ritrovamento un paio di giorni dopo sullo zerbino, all'ingresso- Guss guardò Junez come se volesse sentirsi dire bravo.
-E sappiamo dove ha smarrito il borsello?-
-Certo, a West Hollywood, la mecca della trasgressione...-
Il paesaggio urbano cambiava molto, dalla luce diffusa ed implacabile del giorno, al buio tempestato da innumerevoli luci al neon multicolori della notte. Il capitano Junez e il detective Guss avevano scelto di andare in avanscoperta nella torrida mattinata losangelina, e stavano percorrendo il limite nord ovest di West Hollywood, quello compreso tra il Santa Monica Blvd. e le colline. "Il viale del Tramonto", il Sunset Blvd., o, più semplicemente, lo Strip, in quel tratto dove la normalità del giorno, lasciava presto spazio alla mondanità della notte. Il Ganimede Spa era un centro benessere che dal nome non lasciava molti dubbi sulle tendenze delle sua clientela. L'attività si trovava in una palazzina bassa e restaurata in stile, con dei negozi da una parte, e un concessionario dall'altra. Un posto qualunque, durante la giornata. Infatti, gli investigatori della squadra omicidi, non vi trovarono nulla di strano, se non il va e vieni di signori in doppio petto e ventiquattrore, giovani in tenuta sportiva, sorridenti, abbronzati e palestrati e anche insospettabili di mezz'età dal Rolex al polso e l'auto di lusso che gli aspettava all'ingresso. Il tipo alla reception aveva origine ispanica, l'orecchino con brillante e una pelle serica ed ambrata. Junez gli presentò la placca dorata del LAPD e quello sorrise con una dentatura smagliante: - Il direttore non c'è ora, ma... come posso esservi utile? - Il suo tono era forse troppo gentile. Gli investigatori chiesero al giovane latino se ricordasse i due giovanotti che frequentavano la spa. Non avendo fotografie da proporgli, se non quelle dopo l'assassinio, i poliziotti focalizzarono le domande sul borsello scomparso. Il ragazzo ricordò che circa una settimana prima un cliente, che corrispondeva alla descrizione di Martin, gli aveva chiesto del borsello. Non sapendone nulla, però notò poco dopo un sacerdote, allontanarsi da lì con qualcosa di simile. Un sacerdote?
-Un sacerdote qui al Ganimede!- Junez rimase sorpreso dalla notizia. -E che ci veniva a fare? Lo conosceva?-
-Veramente no, anche se di tipi porporati qui ne girano parecchi- il ragazzo ammiccò, strizzando l'occhio. Guss emise un colpo di tosse. -Comunque sono sicuro al cento per cento che riuscirei a riconoscere il borsello, un Gucci scuro con il logo in rilievo e la tracolla ricamata in oro, un oggetto da 1500 dollari. Non passa certo inosservato.-
La descrizione calzava a pennello, restava quindi da identificare il tipo.
-Era una persona di mezza età, stempiato, con un clergyman scuro sotto il quale spiccava una camicia viola. Ricordo che zoppicava leggermente, anche se cercava di mettere nel passo una certa armonia.-
-Un fine osservatore- commentò sarcastico Guss. Junez sembrò infastidirsi, il ragazzo stava dando loro più notizie di quanto sperasse.
-Non ha notato se ha avuto contatti con qualcuno?- chiese il capitano.
-Mi faccia pensare... si, l'ho visto parlare con Winnifred un paio di volte.-
-E' una dipendente?-
-Diciamo di si. E' il più bel trans sul mercato e due sere la settimana lavora per noi. Se mi state per chiedere dove poterla trovare, vi dico subito che lei appare e scompare senza lasciare traccia. Ma se venite qui stasera ve la posso presentare. Alle 22 esatte comparirà da quella porta.-
Guss storse il naso: locali come quello lo facevano prudere, ma Junez non ammise rifiuti, quella sera si sarebbero mischiati tra i frequentatori del Ganimede.
Poco prima delle nove e mezza Junez e Guss scesero dalla macchina proprio di fronte al Ganimede ed entrarono. Le luci cambiavano non poco, la sera. Lo stesso ingresso aveva un'aura di tempio dedicato alla cura del corpo, luci soffuse, musica appena accennata in sottofondo. Junez salutò il ragazzo alla reception, lo stesso di quel pomeriggio: - Ciao, Raul -
- Buona sera, sparkling - rispose il ragazzo sorridendo.
- Sparkling? -
Il ragazzo si sporse dal bancone verso di loro e rispose abbassando la voce - Ho ritenuto opportuno che vi presentaste in incognito, ispettore; e detto tra di noi, lei è un uomo di piacevole aspetto. Frizzante, ecco. Se avesse voglia di fare anche un periodo di cura presso questa spa... -
Guss ridacchiò alle sue spalle.
- Fattela fare tu, la cura - rispose scostante Junez.
Il ragazzò si incupì risentito e l'ispettore se ne accorse. - Cioè, scusa - si affrettò ad aggiungere - non volevo offendere, non era questo che volevo dire. Siamo qui per un'indagine e ci sono di mezzo dei morti. Grazie per gli apprezzamenti, ma siamo venuti per... -
- E' lì - rispose rapido Raul guardando da qualche parte alle loro spalle.
Winnifred era appena entrato. Una figura dall'aspetto piuttosto piacevole, dai tratti del viso appena un po' marcati, forse sì, mascolini. Guss avrebbe giurato che fosse una bella ragazza, se non avesse saputo prima chi era Winnifred.
- Winni - la chiamò Raul - Se vieni qui ti presento due tipi in gamba -?
Poco prima delle nove e mezza Junez e Guss scesero dalla macchina proprio di fronte al Ganimede ed entrarono. Le luci cambiavano non poco, la sera. Lo stesso ingresso aveva un'aura di tempio dedicato alla cura del corpo, luci soffuse, musica appena accennata in sottofondo. Junez salutò il ragazzo alla reception, lo stesso di quel pomeriggio: - Ciao, Raul -
- Buona sera, sparkling - rispose il ragazzo sorridendo.
- Sparkling? -
Il ragazzo si sporse dal bancone verso di loro e rispose abbassando la voce - Ho ritenuto opportuno che vi presentaste in incognito, ispettore; e detto tra di noi, lei è un uomo di piacevole aspetto. Frizzante, ecco. Se avesse voglia di fare anche un periodo di cura presso questa spa... -
Guss ridacchiò alle sue spalle.
- Fattela fare tu, la cura - rispose scostante Junez.
Il ragazzò si incupì risentito e l'ispettore se ne accorse. - Cioè, scusa - si affrettò ad aggiungere - non volevo offendere, non era questo che volevo dire. Siamo qui per un'indagine e ci sono di mezzo dei morti. Grazie per gli apprezzamenti, ma siamo venuti per... -
- E' lì - rispose rapido Raul guardando da qualche parte alle loro spalle.
Winnifred era appena entrato. Una figura dall'aspetto piuttosto piacevole, dai tratti del viso appena un po' marcati, forse sì, mascolini. Guss avrebbe giurato che fosse una bella ragazza, se non avesse saputo prima chi era Winnifred.
- Winni - la chiamò Raul - Se vieni qui ti presento due tipi in gamba -?
L'auto, una Chevrolet Camaro nera, si avviò con lentezza e i due a bordo conversavano tranquillamente. A dire il vero era l'uomo, un giovane alto e magro, vestito con giacca e cravatta scure quasi inquietanti, a parlare sempre: stava raccontando a Winnifred come a lui piacessero tanto le ragazze come lei, 'con qualcosa di particolare'.
Winni, probabilmente, se l'era già sentito dire milioni di volte, prima.
La Chevrolet Cruze grigia li seguiva stando a distanza minima, quasi come a volerli speronare da un momento all'altro. Viste dalla strada le due auto erano quasi buffe nel sembrare una grande pubblicità della gamma Chevrolet.
La realtà era molto più grave.
In quel momento Guss e Junez uscirono dal Ganimede, giusto in tempo per notare le due auto che si allontanavano.
- Merrrdaa! - esclamò Guss gridando - Hai visto? Li hai visti? -
- Ho visto sì - rispose Junez correndo verso la loro Ford - E' lui, ci scommetto -
- E allora dai, 'sparkling', parti più veloce che puoi. Stagli attaccato, se necessario buttalo fuori strada. Col capo, poi, ci parlerò io -?
Partirono a tutta velocità sulla Crown Victoria lasciando una strisciata di gomme non da poco e quasi subito Junez accorciò la distanza dalle due vetture. Poi si mise calmo e tranquillo a seguirle, cercando di non dare nell'occhio. Come se fosse facile.
- Sei sicuro che sia meglio tamponarlo? Se non si ferma ci facciamo solo notare - chiese
- No, seguiamoli solo. Vediamo dove vanno a finire -
L'auto, una Chevrolet Camaro nera, si avviò con lentezza e i due a bordo conversavano tranquillamente. A dire il vero era l'uomo, un giovane alto e magro, vestito con giacca e cravatta scure quasi inquietanti, a parlare sempre: stava raccontando a Winnifred come a lui piacessero tanto le ragazze come lei, 'con qualcosa di particolare'.
Winni, probabilmente, se l'era già sentito dire milioni di volte, prima.
La Chevrolet Cruze grigia li seguiva stando a distanza minima, quasi come a volerli speronare da un momento all'altro. Viste dalla strada le due auto erano quasi buffe nel sembrare una grande pubblicità della gamma Chevrolet.
La realtà era molto più grave.
In quel momento Guss e Junez uscirono dal Ganimede, giusto in tempo per notare le due auto che si allontanavano.
- Merrrdaa! - esclamò Guss gridando - Hai visto? Li hai visti? -
- Ho visto sì - rispose Junez correndo verso la loro Ford - E' lui, ci scommetto -
- E allora dai, 'sparkling', parti più veloce che puoi. Stagli attaccato, se necessario buttalo fuori strada. Col capo, poi, ci parlerò io -?
Partirono a tutta velocità sulla Crown Victoria lasciando una strisciata di gomme non da poco e quasi subito Junez accorciò la distanza dalle due vetture. Poi si mise calmo e tranquillo a seguirle, cercando di non dare nell'occhio. Come se fosse facile.
- Sei sicuro che sia meglio tamponarlo? Se non si ferma ci facciamo solo notare - chiese
- No, seguiamoli solo. Vediamo dove vanno a finire -.
Sopra Los Angeles ci sono delle brulle colline che la moda ha fatto diventare quartieri di tendenza, ma anche luoghi appartati e "buenos retiros". Chi non conosce la scritta Hollywood in caratteri cubitali messa lì come un'insegna di una Disneyland per adulti, negli anni Venti, quando il progetto di sviluppo edilizio non andò a buon fine, e rimasero le lettere cubitali che negli anni Quaranta vennero private del suffisso "land", divenendo l'insegna della mecca del cinema? Al di là del Cahuenga Pass, sull'altra collina che sovrasta LA, si cominciarono a costruire una serie di ville e cottage di lusso, con piscina e campi da tennis, dove chi poteva permetterselo aveva il suo rifugio a due passi dalla metropoli, magari con vista mozzafiato sulla Valley, a nord, tempestata di luci come fossero diamanti sul panno nero del deserto, e a volte anche con spettacolare vista sugli studi di Universal City. Ed era proprio verso una di queste case arrampicate oltre Mulholland Drive, che le automobili si diressero quella sera. Poche luci, reminiscenze lontane di una metropoli spaccata in due dalla collina di stradine tortuose, dov'era difficile non farsi notare in macchina, specialmente di notte. La prima Chevrolet si infilò nel garage scavato nella roccia sotto un cottage e scomparve. Quella che seguiva accostò poco prima, l'auto dei poliziotti andò oltre, perché Guss mise in guardia il capitano: - Capirebbe subito che lo stiamo seguendo... - Certo, - ammise Junez, - ma non dobbiamo farcelo scappare. - Quando tirò il freno a mano dopo la curva un po' più in alto del successivo tornante, il capitano della omicidi non aveva ancora un piano. Lui e Guss lasciarono l'auto e scesero a piedi verso la Cruze. L'ombra stava in mezzo alla strada, con qualcosa in mano: una macchina fotografica. L'ombra era Corkey, noto paparazzo, che attendeva le sue prede. Forse il tizio beccato col trans era un uomo da gossip.
Junez ebbe un moto di stizza: avevano scambiato quel cretino del paparazzo per l'assassino? C'erano solo tre auto in quella carovana e, gli venisse un colpo, la seconda che credevano dell'assassino era invece di quell'imbecille con quell'obiettivo che sembrava un telescopio! Junez prese a calci un sasso dalla rabbia rischiando di farsi scoprire, ma che importava? Tanto c'era solo lo stupido paparazzo. Senza degnarsi di Guss si diresse come un razzo verso Corkey che, preso alla sprovvista rischiò palesemente un infarto: - Ma che.... - Zitto idiota! - fece Junez - che diavolo ci fai qui, testa di cazzo? - disse mostrandogli il distintivo. Ripresosi un po' dallo spavento Corkey rispose seccato: - Il mio lavoro ci faccio. Quello là dentro con quel trans è uno che aspira al posto di Vice Governatore - E non hai visto altri oltre loro? Qualcuno che li ha seguiti, qualcuno che ha messo in allarme la tua mente malata? - Con una smorfia Corkey rispose:- Ma, un'auto l'ho vista... - Junez drizzò subito le orecchie - ma era dietro di me. Non molto dietro, ma poi quando mi sono fermato ha proseguito - Un altro moto di stizza pervase Junez tanto da farlo faticare a tenere le mani ferme - Eravamo noi, cretino! Bene - disse rivolto a Guss - così siamo qui con un pugno di mosche e con uno scarafaggio che ora ci accompagnerà perché lo arrestiamo per intralcio alle indagini - Ma come?...- piagnucolò Corkey, ma Junez lo stava già trascinando via. Junez e Guss non potevano sapere che c'era anche qualcun altro perché era già entrato nel cottage: dal bagagliaio della Camaro uscì un insospettabile uomo di mezza età, occhialuto, un po' zoppicante che si diresse verso la porticina che dal garage si apriva sulla scala che lo avrebbe condotto al luogo dell'incontro di altri due pervertiti che meritavano solo di sparire. Non si accorse che la porta esterna del garage era rimasta aperta.
L'occhio del fotografo fu quello più lesto, anche se la via era buia ed l'imboccatura del vialetto verso la scala che conduceva alla villetta era priva d'illuminazione. 
- Ehi! E quello chi diavolo è!? - Corkey alzò d'istinto il suo teleobiettivo e scattò due flash. I detective, sorpresi, guardarono verso il garage e videro la figura vestita di nero, che si riparava il viso con l'avambraccio. Un uomo di bassa statura, insignificante, che sembrava avere la schiena un po' storta, ma forse era solo la sua andatura claudicante. Egli improvvisamente volse uno sguardo torvo verso i tre sulla strada, e con sorprendente rapidità, trasse da sotto le falde di quello che sembrava un clergyman, un qualcosa che ai poliziotti non tardò a rivelarsi una pistola:
- ARGH! Voi! Uomini mondani... uomini del peccato! - Delirò, e in un attimo vampate di fuoco e detonazioni sorpresero quelli sulla via. Corky cadde a terra, ma l'uomo che fu colpito per primo fu il capitano Junez. Il detective Guss estrasse la sua arma, mentre voltava la testa prima verso i suoi compagni, poi verso l'aggressore. Tese il braccio quando l'arma dell'uomo vestito da prete era ormai verso di lui. Non seppe mai dire chi sparò per primo. Non ci furono conseguenze, per lui e non seppe cosa si provasse ad essere colpiti da un proiettile. Invece, il "prete" ora era a terra, ferito. Guss si preoccupò del collega e del fotografo. Corky era già in piedi, dietro la sua auto, pronto a scattare foto. Il capitano era a terra, e in un turbine di emozioni e turbamento Guss disse: - Sparkling! Oh, Dio, no... mio caro, caro Sparkling! Non morire! Io, io... ti amo!
Ecco da dove veniva quel nomignolo, da Guss. Ma Junez non sentì mai quelle parole. Forse nemmeno l'assassino dei gay, rantolante a terra. Guss, con le lacrime agli occhi, si avvicino, pistola in pugno... e non ebbe pietà. Corky, terrorizzato, non ebbe il coraggio di scattare la foto.

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