Con la collaborazione di Marisa Cappelletti e Gabriele Cecchini
-Quanto ti amo, rimarrei intere giornate a fissare la perfezione del tuo volto, bacerei per minuti infinitesimali ogni tuo singolo lembo di pelle. Il tuo silenzio mi avvolge, so che mi vuoi, che mi ami. Le nostre anime sono avvolte per sempre, i nostri cuori battono all'unisono-.
Le accarezzò dolcemente il viso pallido liscio e perfetto, le sfiorò le labbra carnose dipinte di un rosa tenue e respirò profondamente il suo profumo dal candido incavo del petto. - Si è fatto tardi amore mio, il lavoro mi aspetta, conterò ogni minuto che mi allontana da te, tu farai lo stesso e i nostri pensieri si toccheranno anche se distanti. Tornerò presto con una sorpresa, so che ti senti sola e ho pensato di trovarti una compagna, un'amica che possa farti compagnia in questa grande casa-. Si alzò dalla posizione fetale che aveva assunto volgendo l'ultimo soffio di bacio alla sua donna. Era nato per questo, per amarla, e lei lo sapeva anche se si ostinava a non parlare, ma il suo sguardo languido gli bastava, per il momento. Si diresse in camera da letto attraversando il lungo corridoio in marmo bianco. La luce penetrava dalle grandi vetrate e si specchiava nelle lunghe e immacolate travi a vista. Si vestì con un abito grigio e una cravatta rossa, la riunione con gli architetti francesi sarebbe stata lunga e snervante. Un ghigno di piacere gli apparve sul bel volto abbronzato e uno stato di eccitazione gli pervase il corpo muscoloso. Infilò in una borsa di pelle una tuta da lavoro, un coltello da caccia e dei lacci emostatici,- dopo il dovere il piacere-. Uscì di corsa baciando sulla fronte cerulea la donna che se ne stava adagiata sul divano perfettamente vestita e truccata con ai polsi e alle gambe delle fascette di plastica ed il collo completamente dilaniato da una ferita orizzontale.
Entrò con passo elastico nel palazzo tutto vetri e acciaio dell'archistar del momento e si diresse verso gli ascensori. Una avvenente rossa, forse più che avvenente: strepitosa, incrociandolo gli lanciò uno smagliante sorriso, guardandolo con ammirazione. Pur notandola, la sua mente rimase occupata completamente da Viola, la perfetta creatura che l'avrebbe aspettato ed amato per sempre, con dedizione unica. Entrò nell'enorme reception bianca e si diresse all'immensa scrivania dove, dietro ad un Mac ultimo modello lo aspettava sbattendo le ciglia Giselle, la segetaria di Starck. Come ogni oggetto in quella stanza anche Giselle era un super ultimo modello. Un modello di bionda, di abbigliamento firmato, di efficienza. Ci pensò un attimo, ma uno soltanto. No, lei no, troppo algida, troppo perfetta, non sarebbe piaciuta a Viola. La riunione si protrasse per oltre tre ore. La sua pazienza era arrivata più volte al limite, ma lui era riuscito a controllarsi, come sempre. Finalmente, dopo i saluti d'obbligo potè uscire e sull'ascensore incontrò ancora la rossa. Senza nemmeno una parola gli si incollo addosso e lo baciò con quella bocca a ventosa. Dissimulando il disgusto lui corrispose il bacio e, scesi al primo piano la trascinò in un ufficio che sapeva vuoto. La abbracciò, le prese il viso ben truccato tra le mani, le accarezzò il collo e strinse, strinse fino a farle perdere i sensi. Poi la immobilizzò con i lacci che si era portato nella 24 ore, si svestì, infilò la tuta da lavoro, mise delle sopra- scarpe, stese dei fogli di plastica tutt'intorno e sotto la scrivania e, coltello da caccia in mano, sorriso crudele sotto la mascherina chirurgica, aspettò che la rossa rinvenisse, per poter leggere sul suo volto tutto l'orrore possibile.
Il cellulare suonava da qualche attimo e lui era impegnato con la rossa, che prima di perdere nuovamente i sensi per la paura gli aveva rivelato il suo nome: Barbara. Quale nome più bello? Ora il cellulare. Chi poteva essere? Non lo chiamava mai nessuno perché nessuno aveva il numero. Poi rifletté, con la rossa sanguinante che chiudeva gli occhi per un po' e l'altra, Viola, che ormai li aveva chiusi per sempre da cinque e più ore. Occhi chiusi, la sua passione. Adorava l'idea che potesse agire indisturbato, vivo e capace, mentre gli occhi del mondo non potevano insinuarsi nel suo, di mondo. Barbara, che bella, e che nome! Di nuovo il telefono. Rispose senza dire nulla. Nel momento esatto in cui sentì la voce che parlava all'altro capo, ricordò tutto. L'aveva dato quel maledetto numero, a Giselle, la segretaria, perché Starck aveva insistito minacciando che l'avrebbe licenziato se si fosse rifiutato di darglielo. Gli errori prima o poi li paghi, cazzo. Quella bionda svampita blaterava parole alla velocità della luce, diceva che la rossa che c'era prima in ufficio era sparita e che stava aspettando me per un lavoro e che se lo veniva a sapere Starck, blablabla. Smise di ascoltarla, lo faceva sempre di disconnettersi quando pianificava qualcosa. Già vedeva il seguito. Viola, perdonami, che ti piaccia o no, anche Giselle verrà qui presto. Le chiese a chi avesse parlato della rossa, a nessuno rispose quell'ebete. Bene, disse lui, bene!, dannazione. Incise Barbara dopo averla baciata sulla bocca e uscì. Giselle l'avrebbe aspettato nel parcheggio dietro l'edificio dove lavoravano, un posto sicuro. Prima di uscire guardò di nuovo il suo pubblico di occhi chiusi e disse: - Quanto vi amo, rimarrei interi giorni a fissare la perfezione dei vostri volti, bacerei per minuti infinitesimali ogni singolo lembo di pelle. Il silenzio mi avvolge, so che mi volete, che mi amate. Le nostre anime sono avvolte...
Il parcheggio, illuminato da luci al neon, consisteva in tre piani collegati da una discesa a spirale. Nessuna guardia all'ingresso, nessuna telecamera, solo un badge personale che permetteva agli impiegati l'accesso. Percorse il corridoio del primo piano sino a raggiungere gli ascensori. Era nervoso, arrabbiato per essere stato disturbato nel suo momento contemplativo, l'attimo più bello, quando le sue donne iniziavano a raffreddarsi e lui le abbracciava a fondo, quasi volesse donar loro un briciolo di vita. La vide, avvolta in una giacca troppo corta per coprirla, in mano una cartellina che riconobbe subito per via del logo dell'azienda. Giselle lo disgustava, nonostante fosse di una bellezza accecante, a partire da quel nome falsamente francese, la minigonna ridotta al minimo e il trucco pesante che metteva in risalto un viso troppo bello per essere vero. Lui odiava le bionde stereotipate, manichini messi in mostra da uomini potenti come il suo direttore. Se la portava a letto? Chissà, non era affar suo, e comunque da quella sera avrebbe dovuto trovarsi un altro scaldino da infilare sotto le coperte.
-Sei qui, grazie al cielo- la ragazza gli sporse la cartellina, ancor prima di avere il tempo di uscire. -Devo scappare, altrimenti Starck mi fulmina. Leggi con attenzione, mi raccomando. Ciao!-
Si voltò, pronta ad andarsene, senza nemmeno lasciargli il tempo di parlare. Aprì la porta dell'auto di scatto e la raggiunse, davanti all'ascensore. Il profumo lo stordì: lo stesso di Viola, come si permetteva... Lei lo sentì arrivare, ma non si girò, lasciò che lui si avvicinasse.
-Quanto ti amo- le sussurrò all'orecchio, sfiorandole i capelli, le mani pronte per afferrarle il collo. Lei si girò di scatto, trovandosi davanti un sorriso malefico. Qualcosa di pungente lo colpì al ventre. -Mai quanto me...- rispose, spingendo la lama più a fondo.
Giselle aveva sospettato che in quell'uomo albergasse un qualcosa di strano, un mostro precisamente, pronto ad azzannare le sue prede, ma lei era stata più veloce, più brava, più astuta. La gazzella che supera il ghepardo, strano, ma vero. L'uomo si sfilò la lama dal ventre, Giselle era già in fuga, gridava, ma l'ufficio ormai era chiuso. I tacchi alti non le facilitavano la fuga, e fu per questo che lo stiletto si impigliò nella fuga di una piastrella. Un tempo breve, ma necessario affinchè l'uomo le desse una botta alla testa. L'uomo la caricò in auto, la stessa dove giaceva ormai la rossa senza vita. Il corpo di Giselle flesso e morbido come una piuma fu trascinato rapidamente sul sedile posteriore. Sul capo un foro grosso quanto una moneta. Qualche goccia di sangue batteva sulla stoffa dei sedili. Sedili mai stati vergini, imbrattati ogni volta da un' emoglobina nuova. Arrancava l'uomo, anche la sua ferita gli succhiava a poco a poco la vita. Il piede sull'acceleratore batteva come un martello impazzito. La vista era sfocata, ogni albero pareva uno stop, ogni palo un pedone da investire. Risparmiò un po' di forze per arrivare a casa sua, si caricò Giselle sulle spalle e la gettò sul tappeto. Fasciò alla meglio la sua ferita, e senza perdere altro tempo strappò via la camicia della donna. I bottoni saltarono come pallottole impazzite. L'aveva sempre odiata, eppure stavolta, ad un passo dalla morte, quell'angelo biondo le sembrava interessante, ma soprattutto caldo. Adorava leccare la pelle, lo faceva spesso con sua moglie, ma con le sue vittime era diverso. Il tepore dei loro corpi si affievoliva man mano che la morte le tirava a sè, stavolta Giselle era solo svenuta, il suo corpo ancora caldo e morbido. Il seno macchiato di sangue era una portata d'onore per l'uomo. La lingua ne assaporò ogni goccia. Giselle aveva riaperto gli occhi, ma lui era voltato, distratto. Dov'era Viola?
Lasciò scivolare il corpo molle della donna e sia rialzò dalla posizione fetale in cui si trovava." Chi aveva spostato Viola"? "Dov'era il suo unico amore, la sua bambola perfetta e immobile"? Un rumore in cucina lo fece immobilizzare, un cigolio di scarpe nuove fece eco nella stanza. Cercò di recuperare il coltello da caccia che aveva fatto scivolare stupidamente sul tappeto, ma una scarpa nera e lucida gli bloccò con forza il polso. Alzò lo sguardo già sapeva il suo destino. Starck avvolto nel suo cappotto di chechemire blu, brandiva un coltello da caccia che puntò alla gola abbronzata del pazzo assassino. "John grazie a Dio, presto ammazza quel bastardo e aiutami" urlò disperata Giselle. Starck avvicinò le labbra carnose all'orecchio dell'uomo, lo baciò sulla piega del collo: "Quanto ti amo", "ti avevo concesso di divertirti quanto volevi con le tue barbie da collezione, potevi farne ciò che desideravi, ma hai commesso uno sbaglio"." Giselle è di mia proprietà lei no, è mia". "Ora per questo dovrai morire, la polizia ti troverà in una pozza di sangue e penserà ad una legittima difesa da parte di una delle tue vittime." "E' stato bello Marc, ma non sei un buon giocatore, hai mosso male le tue pedine e ora meriti la morte". Un taglio netto per la giugulare spense in gola le ultime parole. Starck si avvicinò a Giselle che era immobilizzata per la paura, le sfiorò i seni caldi, le accarezzò il viso perfetto. " Mi dispiace amore mio, è per una giusta causa, lo sai quanto ti amo". Brandì in aria il coltello, ma una lama lunga e profonda gli penetrò il petto. Giselle con le ultime forze era riuscita a recuperare l'arma persa dal suo aguzzino. Starck cadde a terra, Giselle prima di avviarsi al telefono a chiedere aiuto si piegò leggermente verso il corpo ormai esamine di Starck:"Quanto ti amo".
Le accarezzò dolcemente il viso pallido liscio e perfetto, le sfiorò le labbra carnose dipinte di un rosa tenue e respirò profondamente il suo profumo dal candido incavo del petto. - Si è fatto tardi amore mio, il lavoro mi aspetta, conterò ogni minuto che mi allontana da te, tu farai lo stesso e i nostri pensieri si toccheranno anche se distanti. Tornerò presto con una sorpresa, so che ti senti sola e ho pensato di trovarti una compagna, un'amica che possa farti compagnia in questa grande casa-. Si alzò dalla posizione fetale che aveva assunto volgendo l'ultimo soffio di bacio alla sua donna. Era nato per questo, per amarla, e lei lo sapeva anche se si ostinava a non parlare, ma il suo sguardo languido gli bastava, per il momento. Si diresse in camera da letto attraversando il lungo corridoio in marmo bianco. La luce penetrava dalle grandi vetrate e si specchiava nelle lunghe e immacolate travi a vista. Si vestì con un abito grigio e una cravatta rossa, la riunione con gli architetti francesi sarebbe stata lunga e snervante. Un ghigno di piacere gli apparve sul bel volto abbronzato e uno stato di eccitazione gli pervase il corpo muscoloso. Infilò in una borsa di pelle una tuta da lavoro, un coltello da caccia e dei lacci emostatici,- dopo il dovere il piacere-. Uscì di corsa baciando sulla fronte cerulea la donna che se ne stava adagiata sul divano perfettamente vestita e truccata con ai polsi e alle gambe delle fascette di plastica ed il collo completamente dilaniato da una ferita orizzontale.
Entrò con passo elastico nel palazzo tutto vetri e acciaio dell'archistar del momento e si diresse verso gli ascensori. Una avvenente rossa, forse più che avvenente: strepitosa, incrociandolo gli lanciò uno smagliante sorriso, guardandolo con ammirazione. Pur notandola, la sua mente rimase occupata completamente da Viola, la perfetta creatura che l'avrebbe aspettato ed amato per sempre, con dedizione unica. Entrò nell'enorme reception bianca e si diresse all'immensa scrivania dove, dietro ad un Mac ultimo modello lo aspettava sbattendo le ciglia Giselle, la segetaria di Starck. Come ogni oggetto in quella stanza anche Giselle era un super ultimo modello. Un modello di bionda, di abbigliamento firmato, di efficienza. Ci pensò un attimo, ma uno soltanto. No, lei no, troppo algida, troppo perfetta, non sarebbe piaciuta a Viola. La riunione si protrasse per oltre tre ore. La sua pazienza era arrivata più volte al limite, ma lui era riuscito a controllarsi, come sempre. Finalmente, dopo i saluti d'obbligo potè uscire e sull'ascensore incontrò ancora la rossa. Senza nemmeno una parola gli si incollo addosso e lo baciò con quella bocca a ventosa. Dissimulando il disgusto lui corrispose il bacio e, scesi al primo piano la trascinò in un ufficio che sapeva vuoto. La abbracciò, le prese il viso ben truccato tra le mani, le accarezzò il collo e strinse, strinse fino a farle perdere i sensi. Poi la immobilizzò con i lacci che si era portato nella 24 ore, si svestì, infilò la tuta da lavoro, mise delle sopra- scarpe, stese dei fogli di plastica tutt'intorno e sotto la scrivania e, coltello da caccia in mano, sorriso crudele sotto la mascherina chirurgica, aspettò che la rossa rinvenisse, per poter leggere sul suo volto tutto l'orrore possibile.
Il cellulare suonava da qualche attimo e lui era impegnato con la rossa, che prima di perdere nuovamente i sensi per la paura gli aveva rivelato il suo nome: Barbara. Quale nome più bello? Ora il cellulare. Chi poteva essere? Non lo chiamava mai nessuno perché nessuno aveva il numero. Poi rifletté, con la rossa sanguinante che chiudeva gli occhi per un po' e l'altra, Viola, che ormai li aveva chiusi per sempre da cinque e più ore. Occhi chiusi, la sua passione. Adorava l'idea che potesse agire indisturbato, vivo e capace, mentre gli occhi del mondo non potevano insinuarsi nel suo, di mondo. Barbara, che bella, e che nome! Di nuovo il telefono. Rispose senza dire nulla. Nel momento esatto in cui sentì la voce che parlava all'altro capo, ricordò tutto. L'aveva dato quel maledetto numero, a Giselle, la segretaria, perché Starck aveva insistito minacciando che l'avrebbe licenziato se si fosse rifiutato di darglielo. Gli errori prima o poi li paghi, cazzo. Quella bionda svampita blaterava parole alla velocità della luce, diceva che la rossa che c'era prima in ufficio era sparita e che stava aspettando me per un lavoro e che se lo veniva a sapere Starck, blablabla. Smise di ascoltarla, lo faceva sempre di disconnettersi quando pianificava qualcosa. Già vedeva il seguito. Viola, perdonami, che ti piaccia o no, anche Giselle verrà qui presto. Le chiese a chi avesse parlato della rossa, a nessuno rispose quell'ebete. Bene, disse lui, bene!, dannazione. Incise Barbara dopo averla baciata sulla bocca e uscì. Giselle l'avrebbe aspettato nel parcheggio dietro l'edificio dove lavoravano, un posto sicuro. Prima di uscire guardò di nuovo il suo pubblico di occhi chiusi e disse: - Quanto vi amo, rimarrei interi giorni a fissare la perfezione dei vostri volti, bacerei per minuti infinitesimali ogni singolo lembo di pelle. Il silenzio mi avvolge, so che mi volete, che mi amate. Le nostre anime sono avvolte...
Il parcheggio, illuminato da luci al neon, consisteva in tre piani collegati da una discesa a spirale. Nessuna guardia all'ingresso, nessuna telecamera, solo un badge personale che permetteva agli impiegati l'accesso. Percorse il corridoio del primo piano sino a raggiungere gli ascensori. Era nervoso, arrabbiato per essere stato disturbato nel suo momento contemplativo, l'attimo più bello, quando le sue donne iniziavano a raffreddarsi e lui le abbracciava a fondo, quasi volesse donar loro un briciolo di vita. La vide, avvolta in una giacca troppo corta per coprirla, in mano una cartellina che riconobbe subito per via del logo dell'azienda. Giselle lo disgustava, nonostante fosse di una bellezza accecante, a partire da quel nome falsamente francese, la minigonna ridotta al minimo e il trucco pesante che metteva in risalto un viso troppo bello per essere vero. Lui odiava le bionde stereotipate, manichini messi in mostra da uomini potenti come il suo direttore. Se la portava a letto? Chissà, non era affar suo, e comunque da quella sera avrebbe dovuto trovarsi un altro scaldino da infilare sotto le coperte.
-Sei qui, grazie al cielo- la ragazza gli sporse la cartellina, ancor prima di avere il tempo di uscire. -Devo scappare, altrimenti Starck mi fulmina. Leggi con attenzione, mi raccomando. Ciao!-
Si voltò, pronta ad andarsene, senza nemmeno lasciargli il tempo di parlare. Aprì la porta dell'auto di scatto e la raggiunse, davanti all'ascensore. Il profumo lo stordì: lo stesso di Viola, come si permetteva... Lei lo sentì arrivare, ma non si girò, lasciò che lui si avvicinasse.
-Quanto ti amo- le sussurrò all'orecchio, sfiorandole i capelli, le mani pronte per afferrarle il collo. Lei si girò di scatto, trovandosi davanti un sorriso malefico. Qualcosa di pungente lo colpì al ventre. -Mai quanto me...- rispose, spingendo la lama più a fondo.
Giselle aveva sospettato che in quell'uomo albergasse un qualcosa di strano, un mostro precisamente, pronto ad azzannare le sue prede, ma lei era stata più veloce, più brava, più astuta. La gazzella che supera il ghepardo, strano, ma vero. L'uomo si sfilò la lama dal ventre, Giselle era già in fuga, gridava, ma l'ufficio ormai era chiuso. I tacchi alti non le facilitavano la fuga, e fu per questo che lo stiletto si impigliò nella fuga di una piastrella. Un tempo breve, ma necessario affinchè l'uomo le desse una botta alla testa. L'uomo la caricò in auto, la stessa dove giaceva ormai la rossa senza vita. Il corpo di Giselle flesso e morbido come una piuma fu trascinato rapidamente sul sedile posteriore. Sul capo un foro grosso quanto una moneta. Qualche goccia di sangue batteva sulla stoffa dei sedili. Sedili mai stati vergini, imbrattati ogni volta da un' emoglobina nuova. Arrancava l'uomo, anche la sua ferita gli succhiava a poco a poco la vita. Il piede sull'acceleratore batteva come un martello impazzito. La vista era sfocata, ogni albero pareva uno stop, ogni palo un pedone da investire. Risparmiò un po' di forze per arrivare a casa sua, si caricò Giselle sulle spalle e la gettò sul tappeto. Fasciò alla meglio la sua ferita, e senza perdere altro tempo strappò via la camicia della donna. I bottoni saltarono come pallottole impazzite. L'aveva sempre odiata, eppure stavolta, ad un passo dalla morte, quell'angelo biondo le sembrava interessante, ma soprattutto caldo. Adorava leccare la pelle, lo faceva spesso con sua moglie, ma con le sue vittime era diverso. Il tepore dei loro corpi si affievoliva man mano che la morte le tirava a sè, stavolta Giselle era solo svenuta, il suo corpo ancora caldo e morbido. Il seno macchiato di sangue era una portata d'onore per l'uomo. La lingua ne assaporò ogni goccia. Giselle aveva riaperto gli occhi, ma lui era voltato, distratto. Dov'era Viola?
Lasciò scivolare il corpo molle della donna e sia rialzò dalla posizione fetale in cui si trovava." Chi aveva spostato Viola"? "Dov'era il suo unico amore, la sua bambola perfetta e immobile"? Un rumore in cucina lo fece immobilizzare, un cigolio di scarpe nuove fece eco nella stanza. Cercò di recuperare il coltello da caccia che aveva fatto scivolare stupidamente sul tappeto, ma una scarpa nera e lucida gli bloccò con forza il polso. Alzò lo sguardo già sapeva il suo destino. Starck avvolto nel suo cappotto di chechemire blu, brandiva un coltello da caccia che puntò alla gola abbronzata del pazzo assassino. "John grazie a Dio, presto ammazza quel bastardo e aiutami" urlò disperata Giselle. Starck avvicinò le labbra carnose all'orecchio dell'uomo, lo baciò sulla piega del collo: "Quanto ti amo", "ti avevo concesso di divertirti quanto volevi con le tue barbie da collezione, potevi farne ciò che desideravi, ma hai commesso uno sbaglio"." Giselle è di mia proprietà lei no, è mia". "Ora per questo dovrai morire, la polizia ti troverà in una pozza di sangue e penserà ad una legittima difesa da parte di una delle tue vittime." "E' stato bello Marc, ma non sei un buon giocatore, hai mosso male le tue pedine e ora meriti la morte". Un taglio netto per la giugulare spense in gola le ultime parole. Starck si avvicinò a Giselle che era immobilizzata per la paura, le sfiorò i seni caldi, le accarezzò il viso perfetto. " Mi dispiace amore mio, è per una giusta causa, lo sai quanto ti amo". Brandì in aria il coltello, ma una lama lunga e profonda gli penetrò il petto. Giselle con le ultime forze era riuscita a recuperare l'arma persa dal suo aguzzino. Starck cadde a terra, Giselle prima di avviarsi al telefono a chiedere aiuto si piegò leggermente verso il corpo ormai esamine di Starck:"Quanto ti amo".



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